Pausa estiva

Questo blog è stato concepito per essere letto a sgamo sul posto di lavoro, o magari mentre si dovrebbero fare i compiti.
Roba da digitare subito alt+tab quando arriva il capo (o la mamma), e se non sarai stato abbastanza veloce penserà che stessi guardando qualche sito birichino, e invece no, stavi leggendo Don Cyshiter.

In Agosto mi piace pensare che molte persone non saranno alla scrivania davanti al computer.
Soprattutto mi piace pensare che io non sarò alla scrivania davanti al computer, quindi sospendo le pubblicazioni per qualche settimana.

Ci rivediamo a Settembre, prevedo la pubblicazione del capitolo 22 per il 12/9.

Vi auguro di crittare il divertimento nelle vostre vacanze.

Capitolo 21

Si racconta la mitica avventura e la conquista del ricco loot dell'elmo della luminosità, con altri favoleggiati successi

Col far del giorno si era presentata una pioggerellina minuta che i due assetati non accolsero così male.
Tornarono sulla strada che stavano percorrendo il giorno prima e si rimisero in marcia. Dopo un po' di tempo scorsero un motociclista fermo sul ciglio della strada, si stava gustando una sigaretta seduto sul suo custom e sotto braccio reggeva un casco jet cromato come gli scarichi della sua moto.
Come lo vide, Don Cyshiter si fermò e fece cenno a Sergio di avvicinarsi.
«Io credo, o Sergio, che se la sorte ci ha precluso l'avventura dei rumori notturni, ora vuole ripareggiar i conti offrendoci una più sicura e migliore tenzone, e mia sarà la colpa se non saprò approfittarne.
Ti dico questo perché sulla nostra strada ci attende un uomo che indossa un elmo magico, oggetto che feci voto di impossessarmi, e se non mi inganno trattasi nientemeno che un elmo della luminosità.»
«Pensa bene a quello che dici e stai ancora più attento a quel che fai, che non vorrei fossero invece guai quelli che ci attendono lungo la strada.»
«Sciocco, cosa vai farneticando? Non vedi forse quel cavaliere che s'impigrisce sul suo destriero meccanico, e non vedi che regge in braccio un elmo rifulgente?»
«Quel che vedo è un motociclista con un casco pacchiano.»
«E quello è appunto l'elmo della luminosità, i cui incantamenti contengono potenti magie di fuoco e di luce, fra cui muro di fuoco, repulsione dei non-morti, palla di fuoco e spruzzo prismatico.»
«Palle di fuoco e spruzzo che cosa?!»
«Sono incantesimi di invocazione assai poderosi.
Stava per replicare Sergio, quando Don Cyshiter si avvide che il motociclista aveva finito la sigaretta e stava per rimontare in sella.Non volle perdere quell'occasione di attaccare con vantaggio e partì dunque subitaneamente.
«Difenditi, o prigioniera creatura,» disse abbassando la lancia, «oppure cedimi volontariamente ciò che di diritto mi appartiene.»
Il biker, colto di sprovvista da quella carica impensata, non trovò miglior riparo che gettarsi dietro la moto, dopodiché si rialzò velocemente, scavalcò il guardrail e più veloce di un ghepardo si mise a fuggire per il bosco, a dispetto dell'immagine del motociclista metallaro cazzuto.
Don Cyshiter raccolse il casco, dicendo che doveva trattarsi di un bardo più che di un guerriero, da come si era disingaggiato e aveva fuggito la tenzone.
Sergio, dal canto suo, si premurò di recuperare le bisacce della moto, che comunque erano vuote, per rimpiazzare le proprie dimenticate all'ostello.
Il paladino si attardò ad esaminare l'elmo, preoccupato per l'assenza delle gemme che avrebbero dovuto contenerne il potere magico, ma si convinse infine che dovesse trattarsi di un esemplare rarissimo nel quale gli incantesimi erano infusi nell'elmo stesso e pertanto fossero inesauribili.
Sergio lo assecondò compiacendosi di quella fortuna e cercò di tagliar corto e ripartire, immaginandosi già di veder spuntare dal tornante un'orda di bikers incazzati neri.


Capitolo 20

Della giammai veduta ed intesa avventura, che non fu terminata con tanto poco pericolo da cavaliere al mondo con quanto poco fu superata dal valoroso Don Cyshiter della Mandria

«O c'è un fiumiciattolo qui vicino, o c'è qualcuno che sta facendo una pisciata davvero fenomenale.» Disse Sergio Zanca. «Andiamo a vedere, che se trovo un ruscello me lo bevo tutto, comprese le salmonelle.»
A Don Cyshiter piacque il consiglio e seguì l'esploratore, ma dopo la disavventura degli Yuan-Ti non volle lasciare incustodita Sgommodura, e si mise a spingerla a mano lungo il sentiero, facendo luce col fare.
Non avevano fatto molta strada, né avrebbero potuto spingere tanto lontano una motocicletta attraverso il bosco, quando di sentì chiaramente lo scroscio di un torrente, che rallegrò molto entrambi. Non fecero però in tempo a mettere Sgommodura sul cavalletto, che un altro rumore, più inquietante, rimbombò nel buio della notte, cambiando repentinamente il loro umore.
Si trattava di un rombo sordo e profondo, che saliva e scendeva ritmicamente di intensità, alternandosi con un suono che ricordava una forte inspirazione. La solitudine, il posto, l'oscurità, lo stormire delle foglie, tutto insieme cagionava spavento, tanto più che l'alba era lontana e i due non avevano un'idea chiara di dove si trovassero.
Don Cyshiter però, animato dal suo cuore intrepido, salì in sella e imbracciò la lancia dicendo:
«Sergio, devi sapere che io nacqui per volere degli dei in questa età di leoni da tastiera per far rivivere il genuino coraggio dei tempi che furono.
A me sono riservati i perigli, le alte imprese e i memorabili avvenimenti; a me spetta far rinascere lo spirito della Tavola Rotonda, dei dodici nani che riconquistarono la Montagna Solitaria, dei nove della Compagnia dell'Anello.
Poni ben mente, fedele e accorto scudiero mio, alle tenebre di questa notte che metterebbero timore allo stesso dio Gruumsh. Questo è invece per l'animo mio stimolo e sprone, già il cuor mi si gonfia nel petto per il desiderio di intraprendere questa perigliosa avventura.
Perciò tu occultati fra le tenebre come si conface alla tua classe, e attendimi. Se non dovessi vedermi entro tre giorni tu  torna a Robassomero, dove dirai all'incomparabile signora mia Avatar di Selune che questo paladino è morto affrontando un'impresa che lo rendesse degno di chiamarsi suo servo.»

Capitolo 19

Dell'avventura del chierico pietrificato

I due prodi della Mandria proseguirono stentatamente lungo i tornanti per un certo tratto di strada.
Nonostante la fame si facesse sentire, nessuno dei due volle fermarsi a mangiare, Don Cyshiter per il troppo dolore alla mandibola e Sergio Zanca per paura di incappare in qualche controllo delle forze dell'ordine, dopo i numerosi incidenti di cui erano stati protagonisti.
«Le sfighe che ci sono capitate,» disse lo scudiero in una delle frequenti pause, «secondo me sono colpa del tuo spergiuro. Avevi giurato di fare penitenza finché non trovavi un casco, no? E io te l'avevo detto che non si giura così tanto per fare, che poi ti tiri la sfiga addosso.»
«Hai ragione, o Sergio, e in verità ti dirò che questo m'era uscito di mente. Ho pagato il castigo per la mia smemoratezza e tu per non avermene ricordato prima. Ma farò ammenda e Selune dimostrerà la propria misericordia.»

Intrattenendosi in questi e simili discorsi e rinfrancati dalla frescura montana proseguirono oziosamente tutto il giorno lungo i tornanti, costeggiando quell'arco alpino che fa ben capire da dove proviene il nome "Piemonte".
La notte li colse infine in una strada lontana dai centri urbani, con gli stomaci che protestavano rumorosamente, perché con la perdita delle bisacce erano mancate anche tutte le provviste, l'unica cosa che Sergio sparasse era di trovare una piola ancora aperta, ma ad onta di ciò li si fece invece incontro una nuova avventura.
Non era ancora sorta la luna e la notte era più scura dell'ordinario, videro avvicinarsi una serie di lumi in processione, come stelle che si muovessero. Si fermarono e stettero a guardare il lento appropinquarsi di quelle luci, che si facevano più grandi via via che si avvicinavano e sembravano accompagnati da strane litanie.
Sancio prese a tremare e Don Cyshiter, non senza qualche turbamento, disse:
«Questa senza dubbio deve essere una grandissima e pericolosissima avventura, in cui sarà necessario che io mostri tutto il mio valore.»
«Povero me,» rispose Sergio, «non credo di avere altre costole da rompere per sopportare un'altra avventura, tanto più se si tratta di fantasmi come mi sembra.»
«Non temere, fantasmi o no, non permetterò che ti si tocchi un pelo della barba; che se stamattina si son presi burla di te è stato solo perché non ho potuto scavalcare la siepe, ma qui siamo in campo aperto e posso brandire liberamente la spada.»
«Ma se sono fantasmi la spada servirà a poco.»
«Comunque, Sergio mio, ti chiedo di farti forza, e presto vedrai quanto io valga.»